Senza la Carità, non c’è Dio!

Come non amerai Colui che ti ha tanto amato?

Ad amarLo [Dio] diventerai imitatore della Sua bontà e non ti meraviglierai se un uomo può diventare imitatore di Dio: lo può volendolo lui [l’uomo]. Non si è felici nell’opprimere il prossimo, nel voler ottenere più dei deboli, arricchirsi e tiranneggiare gli inferiori: in questo nessuno può imitare Dio, sono cose lontane dalla Sua grandezza! Ma chi prende su di sé il peso del prossimo e in ciò che è superiore cerca di beneficare l’inferiore; chi, dando a chi è in necessità ciò che ha ricevuto da Dio, è come un Dio per i beneficati, egli è imitatore di Dio” (Lettera a Diogneto 10, 3-8)

Questo è stato l’esempio primario della vita di Padre Adolfo Capomagi, la Carità e l’amore per le anime, in esse lui vedeva il compito affidatogli da Dio.

Cosa capivano invece i suoi confratelli? Mentre lui beneficava i poveri per loro sperperava il denaro, anche quando veniva in mio soccorso, offendeva il loro onore, e ogni calunnia gli si rivoltava contro, perchè il Padre era un anima pura.

Dio non fa distinzioni, il povero non deve essere simpatico, non deve fare il vostro interesse. Non potete usarlo ipocritamente per favorire lo sgravio fiscale come la furba carità di una Onluss che deve dimostrare a tutti che sta facendo qualcosa per gli altri, ma solo in larga scala, quando in realtà mira ad aumentare solo i fondi personali e la stima del mondo.

Il solidale per eccellenza è stato Cristo che, come ci ricorda san Paolo nella lettera ai Filippesi, pur essendo Dio non tenne conto della sua dignità, della sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, cioè solidale in tutto con la loro condizione di vita.

Non per nulla una delle prime eresie che hanno colpito la Chiesa fu proprio il docetismo, che negava questa solidarietà di Dio con l’uomo e contro cui i Padri dell’epoca reagirono energicamente. I doceti affermavano un’incarnazione non reale ma apparente, per cui Dio in Gesù Cristo della carne avrebbe solo fatto un vestito per farsi vedere, come un fantasma che smuove un lenzuolo; vestito di cui non partecipa affatto, che indossa nascendo e lascia inchiodare sulla croce, sfilandosi tranquillamente da esso senza essere affatto coinvolto da quegli eventi che colpiscono quello che in fondo è qualcosa altro da sé. Questa visione ha delle conseguenze gravissime: chi non crede come realmente vero che Gesù è venuto nella nostra stessa carne (e, dunque, non in una carne celeste o apparente), difficilmente potrà credere nella presenza di Dio nei poveri, o nell’amore di Dio per gli uomini.

Spiritualismo devoto e mancanza di solidarietà, caratteristica di un atteggiamento anticristiano, sono, dunque, intimamente legati.

Contro questa duplice piaga si schiera sant’Ignazio di Antiochia, uno dei primissimi Padri della Chiesa, morto martire. Nella sua Lettera alla Chiesa di Smirne, dopo aver dedicato tre capitoli (2-5) a combattere i doceti, afferma in modo categorico

“Coloro poi che hanno opinioni diverse a riguardo della grazia di Gesù Cristo che è venuta a noi, osservate come sono contrari al pensiero di Dio: non si curano della carità, né della vedova, né dell’orfano, né del tribolato, né di colui che è prigioniero o che è stato liberato, né di colui che ha fame o sete (6,2).

Chi non ha compreso la logica dell’incarnazione o la nega, perché le sembra indegna di Dio, sarà refrattario alla carità e alla solidarietà. Negare la realtà dell’incarnazione equivale a negare la presenza di Dio nel dolore umano. Nella seconda lettera di Giovanni si dichiara che chi non confessa che Gesù è venuto nella carne, è il seduttore e l’Anticristo: per Ignazio di Antiochia questo equivarrebbe a dire che chi non professa un’opzione reale per i poveri, è il seduttore e l’Anticristo.

Perfino i legislatori monastici come san Basilio (Padre cappadoce del IV sec.) si sono spesso espressi contro uno spiritualismo devoto privo di solidarietà.

“Non si deve dire: ‘Ma io prego’ per giustificare la propria pigrizia, il proprio orrore della fatica. Si deve piuttosto approfittare del lavoro … Non solo. Oltre ad essere una necessaria disciplina del corpo, il lavoro è un’esigenza dell’amore verso il prossimo: grazie alla mediazione del nostro servizio, Dio dona ai fratelli indigenti i mezzi della loro sopravvivenza” (Regole maggiori, 37).

“Se qualcuno sostiene di poter bastare a se stesso, di essere capace di arrivare alla perfezione senza che alcuno lo aiuti, di riuscire da solo ad approfondire la scrittura, costui fa esattamente come chi vuole esercitare il mestiere del falegname senza toccare il legno … Amando gli uomini fino all’estremo il Signore non s’è limitato a insegnarci solo a parole: per dare un esempio preciso ed efficace dell’umiltà nella perfezione dell’amore, s’è messo un grembiule ai fianchi ed ha lavato i piedi ai discepoli.

Tu, che vivi tutto solo con te stesso, a chi laverai i piedi?

Dopo di chi ti metterai come ultimo?

A chi offrirai il tuo servizio fraterno? … Quelli che perseguono lo stesso fine se vivono insieme troveranno in questa convivenza molti vantaggi … nella vita solitaria: quel che abbiamo non ci serve e quello che ci manca non possiamo procurarcelo.

Sì, Dio ha voluto che noi siamo indispensabili gli uni agli altri per essere uniti gli uni con gli altri. Del resto, il precetto di Cristo sull’amore non ci permette di occuparci soltanto di noi stessi: ‘l’amore non cerca il proprio interesse (1 Cor 13,5) ’. Invece, la vita solitaria cerca appunto questo: il vantaggio del singolo. Un fine che è evidentemente l’opposto della legge dell’amore. Basta pensare a come Paolo ha osservato questa legge: egli ha cercato non il tornaconto personale ma quello di molti altri, cioè la loro salvezza (cfr 1 Cor 10,33” (Regole maggiori, 7)

Nei conventi la comunità non esiste più e il vantaggio del singolo è diventata una consuetudine, e come non sono capaci di amarsi tra di loro, vivendo da opportunisti non potranno sentire l’esigenza cristiana dell’amore fraterno.

Per questo il comando che fu dato dal provinciale a Padre Adolfo nei mie riguardi fu:

buttala per strada e fregatene non è parente tua…

detto dalla alta carica della provincia dei frati cappuccini, è una condanna indimenticabile, una spada che scende nel cuore ! Insegnare l’indifferenza e l’apatia reciproca, dalla Chiesa un credente non se lo aspetta. E’ crollato un mondo intorno a me e per quasi 30 anni  vivere con il mio padre spirituale è stato come vivere in trincea.

Ma la sua dolcezza mi consolava.

Se ami solo quelli della tua casa, che merito ne avrai?

Diceva Gesù…

Usano il Vangelo solo quando gli fa comodo?

E allora sembrare educati o simpatici, o accoglienti e forbiti, e vagamente spirituali é diventata pura apparenza. Scambiarsi  strette di mano e poi finalmente chiudersi tra quattro “sante” mura, per vivere da secolari, a cosa serve?

San Basilio direbbe che ciò non ci consegna a Dio, nonostante la pietà, la devozione e le preghiere, ma al nostro egoismo, e aggiunge: “il Signore non vuole che il segno di riconoscimento dei suoi discepoli consista nei miracoli, ma afferma: ‘Riconoscerà la gente che siete miei seguaci dal vostro amore vicendevole’” (Regole maggiori, 3).

Questo malinteso concetto di onorare Dio solo in modo cultuale fu spesso rimproverato dai Padri greci, in particolare da san Giovanni Crisostomo, vescovo dal 397 della capitale dell’impero, Costantinopoli, esiliato due volte (morì in esilio) proprio a causa della sua predicazione ed azione, ma che fu chiamato “bocca d’oro” (Crisostomo) dalla Chiesa per la verità e la bellezza nell’esporre il messaggio evangelico. Crisostomo espone con la massima chiarezza l’assurdità di onorare Dio solo con atti di culto in una celebre omelia sul Vangelo di Matteo:

“Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre il freddo e la nudità. … Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.

Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze.

Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.

Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No.

Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina.

Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri. Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?” (Omelia 50,3-4)

 G.M.

Nb: le riflessioni in colore verde sono mie

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